
Una donna siede davanti alla finestra intenta a guardare le mucche nel prato vicino. Poiché è pieno inverno e fuori fa davvero molto freddo, si lamenta con la sua cameriera della crudeltà dell’allevatore. Tuttavia la cameriera, attonita, non vede proprio nessuna mucca. Imbarazzata, la donna ammette che i suoi occhi le giocano da qualche tempo brutti scherzi.
Un vecchio uomo che non ha avuto figli è disorientato da ricorrenti allucinazioni di un bambino e di una bambina. Non sa spiegarsi se queste allucinazioni riflettano il suo desiderio di paternità mai realizzato.
Un gentleman inglese riferisce sconcertato al proprio medico, non senza imbarazzo, come una volta avvicinandosi all’ultimo gradino delle scale della propria abitazione ebbe la visione di essere sulla cima di una montagna ed ebbe poi notevoli problemi a ridiscendere.
Vi chiederete: che cos’hanno in comune queste persone? Sono forse pazze? Nient’affatto.
La sindrome di Charles Bonnet è caratterizzata dalla presenza di complesse allucinazioni visive in persone psicologicamente normali e affette da pregressi deficit visivi (i più frequenti sono degenerazione maculare senile, retinopatia diabetica, glaucoma e lesioni alla cornea).
I pazienti intuiscono pienamente la natura irreale delle loro allucinazioni, ma molti di loro non le riferiscono per paura di essere considerati pazzi.
Gli episodi allucinatori possono durare da pochi secondi a molte ore e la loro frequenza varia da diverse volte al giorno a solo due volte l’anno. I pazienti descrivono il contenuto delle loro allucinazioni come persone, animali, piante, una gran quantità d’oggetti inanimati, e talvolta scene complete. Spesso, il contenuto delle allucinazioni è banale (una persona estranea, una bottiglia, un cappello), ma può essere divertente (due poliziotti in miniatura che conducono un minuscolo farabutto in un furgone cellulare), fantasmatico (figure traslucide fluttuanti in corridoio) o bizzarro (un drago, persone con fiori in testa). Le allucinazioni avvengono sia a colori sia in bianco e nero e possono essere più, meno o ugualmente chiare in confronto alla realtà. Possono mostrare un movimento intrinseco, un movimento dell’immagine nel suo insieme, o essere statiche; talvolta le allucinazioni si muovono all’interno degli occhi. La maggior parte dei pazienti sperimenta le allucinazioni solo ad occhi aperti: alcuni percepiscono oggetti fluttuanti nell’aria o proiettati su un muro o sul soffitto; altri riferiscono che gli oggetti s’inseriscono bene nell’ambiente circostante (per esempio, una persona non reale seduta su una sedia reale).
Nessun paziente è in grado di evocare consciamente le allucinazioni né di esercitare alcun’influenza sul loro contenuto.
In che modo la sindrome di Charles Bonnet può illustrare la relazione che intercorre tra visione e immaginazione?
Quando osserviamo un oggetto, i fotoni provenienti da quell’oggetto eccitano i fotorecettori della retina nell’occhio, i quali generano e trasmettono impulsi nervosi all’encefalo attraverso il nervo ottico. Prima di giungere al cervello, tuttavia, gli impulsi nervosi transitano per il talamo (una specie di “stazione di relé”) dal quale vengono smistati in due differenti aree della corteccia: il lobo temporale e il lobo parietale.
Gli impulsi che giungono al lobo temporale terminano nelle aree della corteccia preposte a distinguere “che cosa” stiamo osservando; gli impulsi che viaggiano verso il lobo parietale, invece, informano sul “come” stiamo vedendo (se l’oggetto è in movimento, qual è la sua profondità nello spazio).
L’integrazione delle informazioni provenienti dalle due vie (la “via del cosa” e la “via del come”) ci consente, secondo processi per lo più ancora misteriosi, di vedere.
In condizioni di vista normale, dunque, gli impulsi nervosi viaggiano in un’unica direzione: dal basso (la retina) verso l’alto (il cervello).
Ma è possibile anche il contrario, e cioè: possono impulsi nervosi originare dall’alto (il cervello) e raggiungere il basso (la retina), così che noi vediamo come perfettamente reali oggetti prodotti esclusivamente dalla nostra immaginazione?
Nei pazienti con un’area cieca più o meno ampia che soffrono della sindrome di Charles Bonnet sembra proprio di sì.
Recenti ricerche mostrano, infatti, che la normale visione costante impedisce al cervello di creare le sue proprie immagini. Quando si perde la vista, tuttavia, il cervello non riceve tante immagini quante era abituato e, talvolta, nuove immagini di fantasia o vecchie immagini immagazzinate nel cervello vengono rilasciate e sperimentate esattamente come se fossero viste.
I processi della visione e dell’immaginazione sono, dunque, più collegati di quanto generalmente si ritenga. Continuando con quest’ipotesi, il neuroscienziato Ramachandran lancia un’ipotesi a dir poco inquietante: “Forse noi abbiamo continue allucinazioni e a quella che definiamo percezione arriviamo semplicemente stabilendo quale allucinazione si adatti meglio all’input sensoriale del momento”.
Nota: gli esempi descritti sono tratti da “The Lancet”, vol. 347, p. 749-97, Marzo.
Un vecchio uomo che non ha avuto figli è disorientato da ricorrenti allucinazioni di un bambino e di una bambina. Non sa spiegarsi se queste allucinazioni riflettano il suo desiderio di paternità mai realizzato.
Un gentleman inglese riferisce sconcertato al proprio medico, non senza imbarazzo, come una volta avvicinandosi all’ultimo gradino delle scale della propria abitazione ebbe la visione di essere sulla cima di una montagna ed ebbe poi notevoli problemi a ridiscendere.
Vi chiederete: che cos’hanno in comune queste persone? Sono forse pazze? Nient’affatto.
La sindrome di Charles Bonnet è caratterizzata dalla presenza di complesse allucinazioni visive in persone psicologicamente normali e affette da pregressi deficit visivi (i più frequenti sono degenerazione maculare senile, retinopatia diabetica, glaucoma e lesioni alla cornea).
I pazienti intuiscono pienamente la natura irreale delle loro allucinazioni, ma molti di loro non le riferiscono per paura di essere considerati pazzi.
Gli episodi allucinatori possono durare da pochi secondi a molte ore e la loro frequenza varia da diverse volte al giorno a solo due volte l’anno. I pazienti descrivono il contenuto delle loro allucinazioni come persone, animali, piante, una gran quantità d’oggetti inanimati, e talvolta scene complete. Spesso, il contenuto delle allucinazioni è banale (una persona estranea, una bottiglia, un cappello), ma può essere divertente (due poliziotti in miniatura che conducono un minuscolo farabutto in un furgone cellulare), fantasmatico (figure traslucide fluttuanti in corridoio) o bizzarro (un drago, persone con fiori in testa). Le allucinazioni avvengono sia a colori sia in bianco e nero e possono essere più, meno o ugualmente chiare in confronto alla realtà. Possono mostrare un movimento intrinseco, un movimento dell’immagine nel suo insieme, o essere statiche; talvolta le allucinazioni si muovono all’interno degli occhi. La maggior parte dei pazienti sperimenta le allucinazioni solo ad occhi aperti: alcuni percepiscono oggetti fluttuanti nell’aria o proiettati su un muro o sul soffitto; altri riferiscono che gli oggetti s’inseriscono bene nell’ambiente circostante (per esempio, una persona non reale seduta su una sedia reale).
Nessun paziente è in grado di evocare consciamente le allucinazioni né di esercitare alcun’influenza sul loro contenuto.
In che modo la sindrome di Charles Bonnet può illustrare la relazione che intercorre tra visione e immaginazione?
Quando osserviamo un oggetto, i fotoni provenienti da quell’oggetto eccitano i fotorecettori della retina nell’occhio, i quali generano e trasmettono impulsi nervosi all’encefalo attraverso il nervo ottico. Prima di giungere al cervello, tuttavia, gli impulsi nervosi transitano per il talamo (una specie di “stazione di relé”) dal quale vengono smistati in due differenti aree della corteccia: il lobo temporale e il lobo parietale.
Gli impulsi che giungono al lobo temporale terminano nelle aree della corteccia preposte a distinguere “che cosa” stiamo osservando; gli impulsi che viaggiano verso il lobo parietale, invece, informano sul “come” stiamo vedendo (se l’oggetto è in movimento, qual è la sua profondità nello spazio).
L’integrazione delle informazioni provenienti dalle due vie (la “via del cosa” e la “via del come”) ci consente, secondo processi per lo più ancora misteriosi, di vedere.
In condizioni di vista normale, dunque, gli impulsi nervosi viaggiano in un’unica direzione: dal basso (la retina) verso l’alto (il cervello).
Ma è possibile anche il contrario, e cioè: possono impulsi nervosi originare dall’alto (il cervello) e raggiungere il basso (la retina), così che noi vediamo come perfettamente reali oggetti prodotti esclusivamente dalla nostra immaginazione?
Nei pazienti con un’area cieca più o meno ampia che soffrono della sindrome di Charles Bonnet sembra proprio di sì.
Recenti ricerche mostrano, infatti, che la normale visione costante impedisce al cervello di creare le sue proprie immagini. Quando si perde la vista, tuttavia, il cervello non riceve tante immagini quante era abituato e, talvolta, nuove immagini di fantasia o vecchie immagini immagazzinate nel cervello vengono rilasciate e sperimentate esattamente come se fossero viste.
I processi della visione e dell’immaginazione sono, dunque, più collegati di quanto generalmente si ritenga. Continuando con quest’ipotesi, il neuroscienziato Ramachandran lancia un’ipotesi a dir poco inquietante: “Forse noi abbiamo continue allucinazioni e a quella che definiamo percezione arriviamo semplicemente stabilendo quale allucinazione si adatti meglio all’input sensoriale del momento”.
Nota: gli esempi descritti sono tratti da “The Lancet”, vol. 347, p. 749-97, Marzo.


