“Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.”
E. Montale, "Forse un mattino andando in un’aria di vetro", in "Ossi di seppia"
Immaginate di scoprire un mattino, guardando dietro di voi, che le cose non ci sono; dopo un attimo, il mondo tornerà a riempirsi di quelle immagini che simulano la realtà (come una rappresentazione su uno schermo) e cui gli uomini sono abituati; ciò che voi avete visto rimarrà un segreto che non rivelerete a chi non si volta.
Nelle “Letture montaliane in occasione dell’80° compleanno del poeta”, Italo Calvino così commenta la poesia:
“L’uomo ha sempre sofferto della mancanza d’un occhio sulla nuca, e il suo atteggiamento conoscitivo non può che essere problematico perché egli non può mai essere sicuro di cosa c’è alle sue spalle, cioè non può verificare se il mondo continua tra i punti estremi che riesce a vedere storcendo le pupille in fuori a sinistra e a destra. Se non è immobilizzato può girare il collo e tutta la persona e avere una conferma che il mondo c’è anche lì, ma questa sarà anche la conferma che ciò che egli ha di fronte è sempre il suo campo visuale, il quale si estende per l’ampiezza di tot gradi e non di più, mentre alle sue spalle c’è sempre un arco complementare in cui in quel momento il mondo potrebbe non esserci. Insomma, ruotiamo su noi stessi spingendo davanti ai nostri occhi il nostro campo visuale e non riusciamo mai a vedere com’è lo spazio in cui il nostro campo visuale non arriva.
Il protagonista della poesia di Montale riesce, per una combinazione di fattori oggettivi (aria di vetro, arida) e soggettivi (ricettività a un miracolo gnoseologico) a voltarsi tanto in fretta da arrivare, diciamo, a gettare lo sguardo là dove il suo campo visuale non ha ancora occupato lo spazio: e vede il nulla, il vuoto.
La stessa problematica, in positivo (o in negativo, insomma con segno cambiato) la ritrovo in una leggenda dei boscaioli del Wisconsin e del Minnesota riportata da Borges nella sua Zoologia fantastica. C’è un animale che si chiama hide – behind e che sta sempre alle tue spalle, ti segue dappertutto, nella foresta, quando vai per legna; ti volti ma per quanto tu sia svelto lo hide – behind è più svelto ancora e si è già spostato dietro di te; non saprai mai com’è fatto ma è sempre lì. Borges non cita le sue fonti e può darsi che questa leggenda se la sia inventata lui; ma ciò non toglierebbe nulla alla sua forza d’ipotesi che direi genetica, categoriale. Potremmo dire che l’uomo di Montale è quello che è riuscito a voltarsi e a vedere com’è fatto lo hide – behind: ed è più spaventoso di qualsiasi animale, è il nulla.
(…) In realtà, l’immagine che vediamo non è qualcosa che l’occhio registra né qualcosa che ha sede nell’occhio: è qualcosa che avviene interamente nel cervello, su stimoli trasmessi dai nervi ottici ma che solo in una zona del cervello acquista una forma e un senso. È quella zona lo “schermo” in cui s’accampano le immagini, e se riesco, rivolgendomi, voltando me stesso dentro di me, a vedere al di là di quella zona del mio cervello, cioè a comprendere il mondo com’è quando la mia percezione non gli attribuisce colore e forma di alberi case colli, brancolerò in una oscurità senza dimensioni né soggetti, attraversata da un pulviscolo di vibrazioni fredde e informi, ombre su un radar mal sintonizzato”.
“Non parla, ma è dietro di me, lo percepisco”. Con queste parole una donna di 22 anni ha spiegato ai medici di avere la netta sensazione che vi fosse una sorta di persona ombra alle sue spalle che mimava i suoi movimenti. Pareva quasi che quella presenza volesse cingerla quando tentava di accovacciarsi.
In un articolo comparso il 21 Settembre 2006 sul volume 443 numero 7109 della rivista
Nature si descrive l’induzione ripetuta di questa sensazione mentre la paziente aveva elettrodi che stimolavano alcune zone del suo cervello, in particolare la giunzione temporo – parietale sinistra, in preparazione a un intervento chirurgico per l’epilessia.
La giunzione temporo – parietale sinistra è deputata alla coordinazione delle informazioni visive e sensoriali connesse all’orientamento del corpo nello spazio e nel tempo.
La strana sensazione che qualcuno sia vicino a noi quando in realtà non vi è nessuno è stata descritta da pazienti psichiatrici e neurologici, così come da soggetti sani, ma finora non si comprendeva come l’illusione sia determinata dal cervello.
“Sembra dunque che le esperienze dette
out of body, extracorporee, siano collegate ad alterazioni in questa giunzione”, concludono gli autori, sperando che il loro studio possa contribuire a una miglior comprensione di malattie psichiatriche, come la schizofrenia, associate a tali fenomeni.
Quali sarebbero i commenti di Montale, Calvino e Borges a tale scoperta scientifica?